INSEGNANTI E BURN OUT: LA VERITA’ E’ CHE HAI SBAGLIATO LAVORO!

INSEGNANTI E BURN OUT: LA VERITA’ E’ CHE HAI SBAGLIATO LAVORO!

Ho sempre avuto una passione per la lingua italiana.

Lo so, sono un po’ datata: cosa vuoi, una laurea in lettere non è mai stata roba che spacca di brutto, ma quando qualcuno condivide su facebook un post dell’accademia della crusca io sento salire un brivido lungo la pelle che neanche “9 settimane e mezzo”.

Tranne petaloso.

Siamo una specie a rischio, ma ci siamo. E tutte le volte che usi parole come location, tour operator, gap, competitor, take-away un linguista come me, nel mondo, inizia a piangere e si rannicchia a terra in posizione fetale.

Anche perché, diciamoci la verità, non è che servano: sono tutti “prestiti di lusso”, parole che hanno un perfetto equivalente in italiano ma preferiamo usare in inglese per snobismo, pigrizia o ignoranza, o semplicemente perché “fa figo”.

Poi ci sono quelle che invece preferiamo usare perché mascherano ciò che realmente ci sta dietro. In fondo, siamo il paese degli operatori ecologici, dei diversamente abili, delle collaboratrici domestiche, dei necrofori, dei non vedenti, dei non udenti e dei ben pensanti.

E allora abbiamo le rest home (le case di riposo), le escort (e i gigolò, se vogliamo essere politicamente corretti), i peacekeeping (ti bombardo con la scusa che è una missione di pace), i job on call (ti chiamo solo se c’ho da farti lavorà) e via dicendo.

Se ci aggiungi che siamo figli di una generazione che è nata guardando E.R., si lavava i denti con Chicago Hope e si addormentava la sera con Grey’s Anatomy, non potevamo che accogliere a braccia aperte tutte le nuove, accattivanti definizioni della medicina di oltreoceano!

Tra tutte, quella di cui parliamo oggi è una delle mie preferite.

Devi sapere che, intorno al 1930, qualcuno ha deciso di indicare le difficoltà degli atleti a mantenere delle buone prestazioni nel tempo, con il termine “burn out”. Letteralmente, questo termine può essere tradotto in italiano come “bruciare”, “scoppiare o “esaurire”. I poveri atleti, infatti – anche se vincevano – a furia di sottostare alle pressioni esterne, dopo un po’ scoppiavano.

E’ un termine che veniva usato anche nel gergo di strada per indicare gli effetti di un uso eccessivo di droga: lo scoppio, appunto.

Poi, nel 1974,H.J. Freudenberger comincia ad utilizzarlo per riferirsi al senso di frustrazione e malessere dei lavoratori volontari di un ospedale pubblico.

E col tempo, il BURN OUT ha finito per indicare il forte stress lavorativo legato a professioni logoranti (emotivamente e psicologicamente) fino a diventare una sindrome vera e propria.

Ora, io ti chiedo: secondo te quale sarà la professione, tra tutte, che ha il maggiore rischio di BURN OUT?

Quella con il più alto grado di demotivazione, senso di inadeguatezza e disinteresse generale per la missione del proprio lavoro?

L’operaio o l’impiegato, costretti a fare lavori ripetitivi ed alienanti?

O magari il manovale o gli infermieri, con i loro orari improponibili?

No?

Qualche idea?

Mi sa che hai indovinato.

La categoria degli INSEGNANTI è la categoria più esposta al BURN OUT.

Cosa significa questo, nella pratica?

Potremmo dire che sono particolarmente esposti a laringiti, tosse e mal di gola perenni dovuti al fatto di urlare e reclamare in continuazione il silenzio, almeno così era ai miei tempi.

In realtà, no.

Pare che questo tipo di malesseri (le disfonie) riguardi solo il 13% dei problemi degli insegnanti.

Sapete qual è il primo?

Ve lo dico io; tenetevi forte.

Il dottor Vittorio D’Oria, membro del Collegio Medico delle Asl di Milano, ha condotto un interessante studio nel 2012 sulle malattie legate all’insegnamento, in particolare quelle che rendono un insegnante non idoneo a fare il proprio lavoro.

Oltre il 70% degli insegnanti NON IDONEI all’insegnamento soffrono di PATOLOGIE PSICHIATRICHE, in buona parte di tipo depressivo e psicosi.

Questo significa che, quando tutti i giorni ti preoccupi che tuo figlio faccia i compiti sui suoi quaderni perfetti e ordinati e ti premuri di mettere nel suo zainetto il succhino e la merendina biologica, forse hai perso di vista per un momento a cosa dovresti davvero prestare attenzione.

Ad esempio che:

  • Circa il 30% dei docenti (tutti i docenti, anche quelli “idonei”) fa ricorso all’uso di psicofarmaci
  • La frequenza di patologie psichiatriche tra gli insegnanti è due volte quella degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori manuali (“La Medicina del Lavoro” N° 5/04)
  • Oltre la metà dei pensionamenti anticipati per motivi di salute sono legati a una diagnosi psichiatrica.
  • Il tasso di suicidio tra gli insegnanti è il più alto in assoluto se paragonato a quello dell’intera popolazione o di altre categorie professionali del pubblico impiego, in Francia (2006) e nel Regno Unito (2009). Non abbiamo dati sulla popolazione Italiana, ma niente ci fa pensare che possano essere significativamente diversi.

Ora facciamo un gioco.

Tuo figlio inizia la scuola elementare all’incirca all’età di 6 anni (lasciamo fuori la scuola materna perché voglio essere buona e non è obbligatoria per tutti).

Alle elementari ha due insegnanti “prevalenti” (area linguistica e matematica), più uno di inglese, musica o arte, religione e via dicendo. Ad essere ottimisti, se è proprio fortunato, passa i primi anni di scuola incontrando 5-6 maestri.

Arriva alle medie e qui le materie aumentano: diciamo che è ancora fortunatissimo e non cambia NEANCHE un insegnante in tre anni (cosa che ormai, come sappiamo, è matematicamente impossibile); incontra comunque almeno una decina di professori diversi.

Siamo alle superiori: anche qui le materie cambiano da indirizzo a indirizzo ma abbiamo una media di 8-10 insegnanti diversi, molti dei quali cambiano nel passaggio dal biennio al triennio. Sono almeno 15 professori, sempre volendo essere super-ottimisti (l’università per ora la lasciamo fuori dal gioco perché è un mondo a sé).

Elementari, medie, superiori: nel migliore dei casi sono 30-35 insegnanti.

Questo significa che, se sei molto molto fortunato, tuo figlio avrà a che fare con:

  • Almeno 7-8 insegnanti che fanno uso di psicofarmaci;
  • Una buona parte di docenti che è comunque insoddisfatta, scoraggiata, frustrata, assenteista e aggressiva;
  • Uno o due che andranno in pensione prematuramente perché sono psicotici o soffrono di depressione, sempre che non decidano di farla finita prima che tuo figlio concluda il suo ciclo di studi.

Sono cinica?

Forse.

Ma magari una laurea in lettere serve anche a questo; potete rigirarmela quanto volete, ma l’italiano lo conosco – e bene assai -:

i nostri insegnanti sono SCOPPIATI ed ESAURITI, e non ci serve chiamarlo “Burn out”.

La realtà è che, ad oggi, se scegli di fare un lavoro come quello dell’insegnante, puoi far parte solo di queste due categorie:

  1. O sei un missionario che ha poca voglia di viaggiare: sei votato al sacrificio e alla sofferenza, godi nel prestare aiuto e soccorso e Madre Teresa, se ti incontrasse per strada, si sentirebbe pure un po’ in difetto; stai male ma per te l’insegnamento è una missione e ci credi con tutto te stesso. Davvero, non so cosa ti spinga a farlo, ma tutti noi te ne siamo grati: meno male che esisti, meno male che ci sono persone come te (l’uno, forse il due per cento del numero degli insegnanti).
  2. Oppure sei esaurito. Non stai bene, non sei sereno, hai qualcosa che non va. Fai un lavoro del quale ti lamenti COSTANTEMENTE, sei SOTTOPAGATO, FRUSTRATO, rompi l’anima dalla mattina alla sera che devi lavorare con classi troppo numerose in condizioni impensabili. Ma te lo chiedo davvero col cuore in mano: mi spieghi chi te lo fa fare?

La realtà è che la maggior degli insegnanti appartengono a questa seconda categoria, e tu lo sai bene.

Vuoi la conferma?

Tra i sintomi del “burn out” ci sono: irritabilità, indifferenza verso gli stati d’animo dei ragazzi, cinismo, mancanza di flessibilità nell’applicare la programmazione e adozione di forme d’insegnamento esclusivamente tradizionali; la responsabilità del fallimento scolastico dell’alunno è data sempre al suo scarso impegno o alle sue modeste capacità intellettive.

Hai mai incontrato un insegnante del genere?

Qualcosa mi dice di sì, almeno leggendo quello che leggo giornalmente nel nostro gruppo W LA DISLESSIA! (https://www.wladislessia.com/gruppo)

Che si fa allora?

Non è difficile:

  • Sei un insegnante? Non stai bene, non sei sereno, hai perso la “vocazione” che avevi all’inizio per l’insegnamento? Te ne devi andare.
  • Lavori con i bambini e gli adolescenti: hai in cura la formazione, la crescita, l’emotività e il benessere della parte più importante della nostra popolazione. Se non ti è ancora chiaro che se non stai bene causi dei danni incalcolabili, te ne devi andare.
  • Hai anche il minimo dubbio di non farcela a gestire la tua emotività e l’emotività dei bambini o ragazzi di fronte a te? Te ne devi andare.
  • Vogliamo parlare dei ragazzi che hanno difficoltà di apprendimento o di attenzione e del fatto che non hai ancora capito che devi applicare quel dannato PDP o BES perché è LEGGE e non è una tua libera scelta? Te ne devi andare.
  • Il problema è che stai male perché lavori in condizioni difficili, con classi in sovrannumero e non hai i fondi o le strutture? Vai a fare i cosi di aggiornamento con i volontari internazionali delle scuole di Argentina, Bolivia e Marocco, e se quando torni hai ancora da ridire, sai cosa devi fare? Te ne devi andare.
  • Il problema è che sono tanti anni che lavori, hai un posto fisso e nessuno ti assumerebbe? Se è questo quello che hai capito, te ne devi andare.

Sei indignato? Chiediti come mai e prova a dimostrare che mi sbaglio.

Vuoi restare? Bene, preparati.

Perché siamo noi, io e i genitori con i quali lavoro ogni giorno, i primi ad esserci rotti della buona scuola: quello che vogliamo sono i buoni insegnanti.

Le persone alle quali affidiamo i ragazzi ogni giorno devono trasmettere loro passione, entusiasmo, rispetto, serenità e voglia di imparare.

Altrimenti, hai solo una possibilità: “get the sack e foeura di ball”.

“Ciò che l’insegnante è, è più importante di ciò che insegna.” – Karl Menninger

Alla prossima

Paola

Commenti Facebook

Alessandro Rocco

31 Commenti
  • Roberto

    18 marzo 2016 alle 18:49 Rispondi

    Cara Paola, non faccio l’insegnante e non mi occupo di scuola. Sono padre. Trovo il tuo ragionamento poco corretto e zoppo di una parte importantissima. Insegnanti, figli e genitori sono dentro un sistema di relazioni. Sono interconnessi. La generalizzazione del “sono tutti così” non funziona ed è figlia del nostro egocentrismo esasperato. Proviamo anche a chiederci “come genitori siamo così sicuri di non contribuire a questo “burn out”? A volte me lo chiedo perchè faccio parte dei fantomatici gruppi genitori su whatsapp. Se ne sentono di tutti i colori. Proviamo invece a lasciar fare il proprio lavoro agli insegnanti, a metterli nelle condizioni di poter lavorare senza sentirsi sempre e costantemente giudicati. Dimmi che non è vero che spesso tendiamo a sostituirci agli insegnanti. Abbiamo sempre il consiglio giusto, abbiamo sempre il “io avrei fatto così”. Non è vero? Ci saranno , come è sempre stato , buoni insegnanti e cattivi insegnanti come ci sono e ci saranno sempre buoni e cattivi genitori. Altra questione…prova a stare in classe con i bambini di oggi, figli nostri e dei nostri esempi, e poi dimmi come arrivi a fine giornata. Le generalizzazioni che fai tipo “gli insegnanti sono esauriti e scoppiati” lasciano francamente il tempo che trovano. Dicotomizzare la categoria in “misssionari” o “esauriti” è poverissima dal punto di vista educativo. Dire che il 30% degli insegnanti prendono psicofarmaci è un’accusa forte che va provata e che non contribuisce alla costruzione di una relazione genitore-insegnante orientata verso il bene del figlio/a alunno/a. Tirando le somme: un articolo che non condivido per nulla ma che comunque mi ha fatto riflettere.

    • Alessandro

      19 marzo 2016 alle 2:06 Rispondi

      Ciao Roberto,ti rispondo io.

      Noi giornalmente lavoriamo nell’ottica di creare quella meravigliosa interconnessione genitori-insegnanti-figli.

      In questo articolo hai visto solo una parte. Se hai voglia leggi anche tutto quello che facciamo.

      Sulle percentuali, non sono percentuali inventate da Paola, ma frutto di ricerche.

      Ps sui gruppi whatsapp sfondi una porta aperta.

      • Roberto

        20 marzo 2016 alle 9:42 Rispondi

        Grazie della risposta Alessandro. Logicamente la mia riflessione è incentrata su quella parte che avete mostrato. L’articolo manca di una parte fondamentale che è quella di tenere conto del punto di vista dell’altro. Su tutta la vostra attività prometto che do uno sguardo più ampio. Buona domenica

  • roberta

    6 maggio 2016 alle 23:33 Rispondi

    Ringrazio Roberto per avere finalmente portato una voce razionale ed equilibrata in questa conversazione vergognosa. Sono un’ insegnante, adoro il mio lavoro e sono consapevole che il mio equilibrio psicologico è in costante pericolo, grazie al cielo ho le competenze per farlo. Attorno a me ogni giorno vedo insegnanti appassionati, che fanno di tutto per migliorarsi, che faticano, che devono affrontare genitori sempre più pieni di sè e narcisi, proprio come la signora che ha scritto questo scellerato articolo, la quale scrive libri sulla dislessia e sulla sua bacheca facebook condivide per la settimana degli insegnanti un post del tipo “settimana degli insegnanti nel senso che finalmente faranno qualcosa?”. Non nego che anche a me sta venendo voglia di andarmene e non per il mio lavoro, non per I ragazzi (che sono sempre la fotocopia dei genitori) ma per questa gente che spara a zero e ti distrugge .. nonostante il tuo lavoro sia per te la cosa più importante e che negli ultimi dieci anni è cresciuta esponenzialmente. Sono inoltre basita dalla miopia e dall’ ignoranza con cui le cose vengono riportate, ad esempio I dati sullo stress da lavoro correlato. Credo che la signora Paola Saba debba chiedere scusa agli insegnanti e alla societa’ tutta, perchè minando il rapporto di fiducia tra scuola e famiglia, si sta commettendo un gravissimo danno sociale.

  • Paola

    7 maggio 2016 alle 12:48 Rispondi

    Roberta,
    aiutami a capire: stai seriamente dicendo che la tua stabilità emotiva è minata da quello che posso scrivere io?
    Tu stai seriamente dicendo che basta “gente come me ” e questi “scellerati genitori” come tu li chiami, a distruggerti?
    E’ questo il tuo equilibrio psicologico?
    Io spero seriamente che tu ti sia espressa male, altrimenti chiedi aiuto il prima possibile, visto che hai le competenze per farlo.
    I dati non li ho certo inventati io, puoi reperirli con grande facilità (se hai bisogno ti do con piacere maggiori informazioni).

    Quanto alle scuse cara Roberta, sono anni che aspettiamo.
    Io aspetto quelle degli insegnanti che a 12 anni mi hanno dato dell’incapace, quelle di chi mi ha detto di smettere di studiare perché non sarei mai stata in grado.

    Aspetto anche quelle che sarebbero dovute arrivare ai miei ragazzi, chiamati inetti, inutili, fasulli, svogliati che si nascondevano dietro la BUGIA (perché così l’hanno definita) della dislessia, per non parlare delle scuse per quello che è stato fatto, oltre che detto.

    Sarei davvero curiosa di sapere quali sono le scuse che i GENITORI che leggono questo blog e fanno parte del gruppo W la dislessia, stanno ancora aspettando.

    Sono 35 anni che aspetto: che facciamo, Roberta, ti metti seduta con me e continuiamo ad aspettare insieme?

  • Roberta

    7 maggio 2016 alle 19:59 Rispondi

    Oltre che incompetente sei anche manipolatrice (oppure in mala fede).
    Allora – capisco che tu debba far parlare, perchè altrimenti chi comprerebbe il tuo libro sulla dislessia, dopo che su questa tematica psicoterapeuti e case editrici credibili pubblicano fior fiore di materiali e strumenti per genitori e insegnanti – ma non puoi evitare di rispondere alle critiche che ti vengono mosse, cercando di screditare o dare dello psicolabile all interlocutore. Sei tu che devi chiedere aiuto per tanta rabbia, contro gli insegnanti che trenta anni fa, nell’ignoranza su questo tema, ti hanno maltrattata. Sei tu che devi chiedere aiuto per tanta rabbia perchè hai la “partita iva” e nessuno si preoccupa del tuo futuro (e quindi ti senti autorizzata a creartelo facendo del male le famiglie e cavalcando il disagio di genitori che hanno un figlio con disturbi di apprendimento). Sei tu che devi chiedere aiuto per il tuo infinito narcisismo, che ti porta a sparare sentenze, generalizzare e affermare di avere “dati” che tu semplicemente riporti, quando in realta’ operi manipolazione a tutti I livelli. Purtroppo di gente come te è ormai pieno il mondo e la scuola è lo specchio del mondo. Per questo la stabilita’ emotiva degli insegnanti è ogni giorno a rischio. E questo non lo dico io, questo si, lo dicono I dati. Hai fatto ragionamenti assurdi e offensivi. Ripeto dovresti chiedere scusa a tutti, ma non lo farai e continuerai a insinuarti tra le pieghe di un grande problema per guadagnare e non per dare una vera mano. Pessima.

  • Paola

    7 maggio 2016 alle 23:29 Rispondi

    Ma sai Roberta che mi hai quasi convinto?
    Chiederò aiuto per tanta rabbia…
    A che ora ricevi?

  • Ivana

    8 maggio 2016 alle 0:10 Rispondi

    Roberta, il fatto che insegnanti come te me li ritrovo a scuola… Così bravi, perfetti, preparati, comprensivi da risultare finti.
    Perché, parliamoci chiaro, dal piedistallo si scende quando i contenuti sono scarsi e sai chi difende i nostri figli? Persone, professionisti come Paola, che tu definisci pessima… Ebbene pessima è la qualità di chi se la canta e se la suona, senza muovere un dito sulla tastiera e digitare “dislessia”, ADHD, disprassia… Questi termini così tanto di moda oggi
    La rabbia non è la mia, mamma di un dsa, la rabbia è la vostra, di quella categoria che rimane al riparo da responsabilità e formazione e che è meno preparata dei genitori su strategie didattiche e sulla conoscenza dei disturbi evolutivi specifici.
    Capisco che sia difficile e che i nostri figli sono peggio di noi (parole tue), ma scendi dal piedistallo, ché sei solo un’insegnante e non un giudice

  • Patrizia

    8 maggio 2016 alle 7:45 Rispondi

    “non per i ragazzi(che sono sempre la fotocopia dei genitori) Mi scusi, sua grazia di insegnante, ma che significa? È ovvio che i miei figli non possono assomigliare a lei e i suoi, ammesso che ne abbia, possano assomigliare a me. Si chiama genetica.
    Su tutto il resto stendo un velo pietoso e le ricordo solamente che gli insegnanti sono tra i responsabili dei problemi di autostima dei ragazzi, perché dire a qualcuno sei un asino, ora non é più accettato dai genitori, perché i genitori forse ora non vi riconoscono più quel ruolo di onnipotenza che avete sempre avuto. Un conto è aver ragione, un conto è far valere la vostra ragione umiliando i ragazzi.
    Se una maestra entra in classe e sa solo urlare, forse non avrebbe dovuto fare la maestra…
    Non tutti possono fare gli insegnanti, il problema è che i peggiori hanno anche un senso di autocritica praticamente assente e pensano che i genitori siano colpevoli di tutto e anche non alla loro altezza….
    Fatevi anche voi un esame di coscienza.
    Se un professionista è bravo va difeso e supportato (mi sto battendo per salvare una maestra brava, quindi non venga a dirmi che generalizzo) , se un professionista è scarso va allontanato o “se ne deve andare”.

  • Chiara Actis Alesina

    8 maggio 2016 alle 11:33 Rispondi

    Ho letto tanti messaggi di tanti insegnanti che mi hanno fatto accapponare la pelle proprio come i film dell’orrore solo che quella descritta da Paola Saba nell’articolo non è una storia ma la realtà . Se tu non sei più in grado di fare bene il tuo lavoro, o sei così pieno di te da considerare gli errori sempre degli altri, sei così saccente e prepotente da considerarti infallibile ,intoccabile beh quel lavoro li non lo dovresti fare più . Una persona così a contatto con delle menti giovani da plasmare è solo una fonte di danno inestimabile. Questo non è un attacco alla categoria degli insegnanti , perchè come tutti sosteniamo nell’ambito dei dsa il miglior struementi compensativo per un alunno è un buon insegnate che sappia usare umanità e buon senso. Questo è un attacco a tutti quegli insegnanti saccenti, prepoteniti o che pensano di valere per il ruolo che ricoprono invece così facendo infangato anche quello.

  • Chiara Actis Alesina

    8 maggio 2016 alle 12:50 Rispondi

    Comunque leggere tutto questo livore questa prepotenza questa saccenza fa paura

  • maestra Francesca

    8 maggio 2016 alle 16:29 Rispondi

    letto larticolo ….
    mamma di dsa einsegnante

    ma perché ve ca prendete così a cuore?…
    Iospesso ho problemi di compressione del testo scritto ma questo articolo si riferiva a quella parte di insegnanti che hanno sb roccato ….
    ne ho conosciute di docenti così che hanno avuto il coraggio di mettersi in aspettativa ecambiare ruolo perché non ce la facevano a sostenere egestire gli alunni …

    poi ci sono quelli che apparentemente non sono fuori di testa ma infondo lo sono neo momento in cui aprono la bocca e Je danno fiato…

    io sono entrata di ruolo non per scelta …..è capitato che dopo 7 anni da un concorso vengo chiamata per la scuola della infanzia ..

    ok …panico ….io ho fatto supplenze ma solo di pochi giorni ….e ora? che faccio?
    non son pronta a relazionar mi con colleghi alunni ..genitori …

    a questo punto arrivano la parole di mio padre…
    hai paura?ok ènormale
    questo sarà il tuo lavoro e lo devi fare bene perché sei da questo momento una professionista dell educazione …del sapere….
    ricordati figlia mia
    il tuo comportamento deve essere irreprensibile ….alla base di qualsiasi tipo di rapporto ci sta il rispetto
    Sii rispettosa nei confronti dei tuoi alunni ….ci sono dei limiti che vanno venuti sempre a mente e che tu non devi oltrepassare….
    mai ….ricordati Francesca ….mai umiliare o offendere nessuno ….
    se qualcuno lo fa con te non fare piazzate….. ma attendi il momento giusto e gliene parli in separata sede

    anche con i tuoi alunni se qualcuno sbaglia lo rimproveri in separata sede cercando di capire le motivazioni …. e al contempo cercando di far capire che tu sei comunque dalla sua0parte epunto di appoggio ….

    il resto sono solo chiacchiere

    ognuno fail proprio lavoro e lo deve fare bene
    se non si è disposti a essere professionali meglio andare via

  • Paola

    8 maggio 2016 alle 19:22 Rispondi

    Ora basta.

    Sinceramente, avete anche rotto.

    Avrei potuto eliminare tutto quello che avete scritto, ma è giusto che le persone vedano come siete davvero.
    Non vi conosco, non mi sono mai rivolta direttamente a voi, non sono mai stata a cena con nessuno di voi e neanche vi ho mai rivolto la parola.
    Eppure siete stati in grado di giudicarmi, insultarmi, chiamare in causa la mia professionalità, il mio ruolo, la mia competenza, la mia vita, perfino la mia famiglia.
    Vi siete pure lanciati in una sorta di psicologia spicciola sul mio passato e i miei traumi (su questo, scusate, ma non riesco a smettere di ridere).

    Nel 2003 George Steiner scriveva: “L’anti-insegnamento è statisticamente quasi la norma. Insegnanti eccellenti, capaci di accendere un fuoco nelle anime nascenti dei loro allievi sono forse più rari degli artisti virtuosi o dei saggi.”
    Volete prendervela anche con lui o cominciate a guardare in faccia la realtà?
    Quanto può risuonare dentro di voi la verità di quello che scrivo, per spingervi a tanto?

  • Andreina

    26 maggio 2016 alle 14:38 Rispondi

    Ci siamo mai chiesti quanti genitori fanno uso di psicofarmaci ?

    • Alessandro

      26 maggio 2016 alle 16:41 Rispondi

      Certo! Ci mancherebbe, ma qui parliamo di un’altra storia. No?

  • […] a dormire, e sei vicino ad un burnout emozionale (per capire cos’è il burnout vai qui http://www.wladislessia.com/insegnanti-e-burn-out-la-verita-e-che-hai-sbagliato-lavoro/ […]

  • […]  e intanto che loro si lagnavano mi veniva in mente Paola e il suo discusso articolo sul burn out. […]

  • Sonia Altrocchi

    14 febbraio 2017 alle 6:44 Rispondi

    Lo scorso anno, mi è sfuggito il post!
    Ho 44 anni, insegno, per vocazione, in una scuola primaria dal 1993. Ho letto attentamente l’articolo è lo condivido pienamente. Ci sono periodi dell’anno in cui ci possiamo sentire più affaticati, possiamo arrabbiarsi con certe questioni burocratiche o certe riforme, ci può assalire lo sconforto quando non riusciamo a trovare le giuste strategie per i nostri piccoli. Ma… Burn out….è un’altra cosa. A quel punto credo davvero sia più dignitoso e rispettoso, per tutti, cambiare lavoro!

    • Paola

      14 febbraio 2017 alle 10:37 Rispondi

      chapeau!
      Quando si dice “chi ha orecchie per intendere, intenda” 😉

  • Paola

    15 febbraio 2017 alle 9:08 Rispondi

    Gentile dottoressa Paola, insegno da 20 anni e sono anche mamma di una bimba che va a scuola con i compiti ben fatti e la merendina nello zaino. Insegno in un istituto professionale. Le pongo una domanda: ma secondo lei non è più probabile che rischino il burn out proprio quegli insegnanti che cercano di fare coscienziosamente il loro lavoro in condizioni così “massacranti”? Secondo me è così, perché quelli che non si lamentano sono proprio quelli che se ne infischiano dei bes, dsa, pdp, rimodulazione della programmazione in base alle esigenze del gruppo classe, correzione dei comportamenti scorretti degli alunni e potrei continuare a lungo. Sì, sono quelli che fanno l’essenziale e prendono il loro lavoro con leggerezza. Ci potrebbero essere alcuni (ma rari direi) che non si lamentano perché veri missionari come Madre Teresa. Io però non ne ho fino ad ora incontrati.
    Ora le chiedo ancora: se venissero da lei degli insegnanti depressi ,demotivati e lamentosi, in qualità di psicologa consIglierebbe loro di cambiare mestiere? Ritiene davvero che questa sia la via giusta?
    Glielo chiedo perché mi vien da pensare che questo equivarrebbe a consigliare ai miei alunni con difficoltà di qualsiasi tipo di abbandonare gli studi anziché starmi a premurare di semplificare i contenuti, elaborare mappe concettuali, programmare le interrogazioni etc. Non voglio dilungarmi anche perché è il mio giorno “libero” e posso finalmente correggere i compiti in classe.

  • Antonio

    15 febbraio 2017 alle 14:59 Rispondi

    Gent.ma Sig.ra Paola Saba,
    il suo articolo, solo per un lettore distratto, parrebbe giusto ed opportuno. Se, invece, uno “intus lege” il suo discorsivo modulare, le parole e fraseologie si accorge in maniera lapalissiana di come Lei ponga in essere spaventosissime categorie mentali foriere, già al loro tempo, delle più becere e disumane ideologie naziste e non solo! Nel suo linguaggio soggettivamente epistemico si irraggiano termini che furono alla sorgente del razzismo ideologico, scientifico e materialista: lo stesso che corroborò le deviate risultanze “scientifiche” delle razze superiori ed inferiori! Lei misconosce l’oggettività del discorso su alcune patologie delle helping professions! Non basta sciorinare dei dati statistici! Ma di importanza vitale per aver chiaro l’argomento e per non cadere nei sofismi mentali o fallacie logico-deduttive, bisogna chiedersi quali siano LE CAUSE di tale patologie che minano il lavoro professionale dei Docenti!
    Usando il suo stesso spregevole e maleducato abito mentale, mi verrebbe da dire: andatevene a casa o a far altro, voi alunni che venite a scuola letteralmente per sfogare la vostra aggressività e incontinenza morale! Andatevene dai vostri genitori, che sicuramente sapranno meglio di noi come educarvi senza “scoppiare ” ( sarà vero? Non mi pare…da quanto leggo sui giornali…!). Genitori disaffezionati verso la Scuola, che criticate anche maleducatamente davanti ai vostri figli l’operato della Scuola in tutte le sue forme e persone: andatevene a casa! Chiunque abbia dei rigurgiti di cattiveria e intolleranza verso il mondo della Scuola… : non rompete chi la Scuola, nonostante tutto e tutti, la voglia davvero fare!!! E cosa saremmo chiamati a fare noi della Scuola??? Risponda Sig.ra Paola! Siamo chiamati ad implementare non il fare, ma l’essere dei nostri alunni! Siamo chiamati ad EDUCARE ED ISTRUIRE! PUNTO! Non siamo psicologi, esperti pedagogisti, logopedisti, psichiatri etc.etc. La voglio SCANDALIZZARE ancor di più: noi docenti non siamo i RESPONSABILI dell’ educazione degli alunni!!! Ma COR-RESPONSABILI!!! Le ricordo, nel linguaggio normativo scolastico, che esiste sì la culpa in vigilando (dei Docenti), come la culpa in organizzando ( dei Dirigenti ), ma ancor prima, in ordine naturale e morale esiste la culpa in educando, che è propria di chi mette al mondo dei figli! La scuola è tutto ciò! Se esistono, come esistono, Professori che “scoppiano”, cara la mia Sig.ra…essi non sono entrati nelle classi già ” scoppiati”, ma a monte vi sono condizioni disumane e diseducative oggi nelle classi, impensabili anche solo 30 anni fa!!! L’emergenza educativa è appunto tale oggi! È emergenza! E la Scuola, da sola, non può accollarsi tutte le colpe di una società decentrata antropologicamente ed educativamente!!! Urge, ergo, una rifondazione dell’educazione a partire proprio dai preposti, anche costituzionalmente, di codesta educazione! La questione però che più mi turba e che mi ha spinto a risponderLe è data proprio dal fatto che le sue parole traspirano un freddo razzismo antropologico, sotto una fallace chiave educativa: non stai bene? Sei ammalato? Vattene! Sei una persona di serie “b”o anche peggio!!! Mi rintronano nel cervello parole e categorie di stampo filosofico razional-materialista, secondo cui bisogna abbattere le persone “deboli” o in cura, per perorare una causa di volontà di potere: voi Docenti che vi siete ammalati o vi state ammalando a furia di intervenire nelle scuole e nelle classi piene di giovani e ragazzi maleducati, dal comportamento irrispettoso e menefreghista verso l’autorità rappresentata dal Docente, abbandonato anche alle volte dal suo stesso DS e dai colleghi, poichè troppo difficile oggi cercar di educare le nuove generazioni…ebbene sapete cosa divete fare??? (è il suo dire in questo articolo): andatevene a quel paese!!! Possibilmente in un “campo di concentramento” per docenti “scoppiati”!!! Ci sono tutte le basi perchè Lei si candidi a “kapò”!!! Lei, poi, che scrive su di un sito (sulla dislessia) che tratta di inclusione e non certo di esclusione!!!
    Io credo invece in una Scuola secondo i dettami della Costituzione: una Scuola dove è primaria l’azione didattico-educativa; una Scuola per la quale io ogni mattina mi alzo e vado a in-segnare, a lasciar un segno educativo nei miei alunni, in un rapporro di stima e rispetto vicendevole, di armonia e di STAR BENE IN CLASSE!!!
    Chi si ammale e “scoppia” è proprio la categoria dei Docenti più appassionati della Scuola, perchè, cara Sig.ra, sarebbe molto più semplice fregarsene di tutto e passare di classe in classe in modo anaffettivo e deprivatamente emozionale!
    Così non va, è chiaro! E lo stesso Dottor D’Oria analizza tali statistiche nel VERSO GIUSTO, cioè rendendo intelligibili le cause e proponendo soluzioni valide a tali problemi, assieme a Genitori responsabili, ai Docenti e al personale scolastico tutto. Buon pomeriggio!

    • Anna

      15 febbraio 2017 alle 18:58 Rispondi

      Il mio parere verso il suo commento è noioso semplicemente noioso … tante belle parolone messe insieme ma dal significato che solo in pochi potrebbero comprendere e cercare di finire di leggere specialmente! Se riesce potrebbe spiegarsi in maniera più alla mano e scendere del gradino?ci sono modi e modi per essere i non essere d accordo

  • Anna

    15 febbraio 2017 alle 15:01 Rispondi

    Penso che se una qualsiasi persona se si rivolge ad uno psicologo sta più bene del previsto… nel senso che comunque vede che qualcosa non va si rivolge a chi ne sa di piu cerca una soluzione ma arriverà da sola se deve o no cambiare lavoro!

  • Michele

    22 febbraio 2017 alle 19:51 Rispondi

    Una delle cose che ho odiato e che odio nella scuola é l’etichettamento.
    Lo ha subito mio figlio con una insegnante evidentemente inadeguata sotto il profilo pedagogico e direi anche umano.
    L’etichettamento (Labelling Theory di Lemert) é uno dei peggiori fenomeni e scaturigine a volte di devianze.
    E purtroppo é ben diffuso oggi a tutti i livelli sociali. Da chi viene sbattuto in prima pagina per una semplice indagine e viene socialmente visto come colpevole.
    A categorie professionali che per meccanismi assai facili di semplificazione eccessive e riduzioni da paleolitico della realtá, aiutano persone poco inclini a ragionamenti sereni, a serena dialettica costruttiva per non dire peggio, a tirare avanti.
    Meccanismi, sí da analizzare con l’aiuto di uno psicanalista, di difesa dell’Io.
    Ho una moglie insegnante e spesso devo aiutarla a ritrovare un pó di autostima, di coraggio, magari demolito a picconate da qualche genitore saccente, da qualche agente ansiogeno interno (come in tutti i posti di lavoro), da qualche bambino semplicemente maleducato.
    Pensavo di leggere un articolo che mi aiutasse a comprendere meglio i suoi piccoli malesseri.
    Purtroppo colgo solo livore e etichettamento.
    In sintesi per dirla alla Al Capone :”chiacchiere e distintivo”.
    Se pensate sia un buon contributo al mondo della scuola, vi manca solo citare forche e ghigliottine.
    Ma quali competenze avete per scrivere, scusate, ste stronzate?

  • Galeazzo

    2 marzo 2017 alle 10:52 Rispondi

    Buongiorno a tutti,

    sono un insegnante senza vocazione e che svolge la professione per mera sopravvivenza, dal momento che, dopo anni trascorsi a trovare un lavoro differente impugnando un’inutilissima laurea in lettere classiche. Appartengo alla seconda categoria, cioè quella degli esauriti ma non mi ritrovo nella descrizione: mi comporto esattamente all’opposto. Cerco di sperimentare, non mi interessa nulla del programma e inserisco variazioni che suscitino la curiosità degli alunni, ammetto sempre i miei errori davanti a loro e mi reputo il peggiore di tutto il corpo docenti. Non so perché ho una condotta differente da quella dell’esaurito medio… forse perché, fondamentalmente, non mi importa nulla. Tuttavia, i miei errori sono ben altri nella scuola: la scarsa attenzione alla burocrazia. Dimentico spesse volte incontri… dimentico anche di leggere circolari e avvisi. Spesse volte dimentico altresì di avvisare tutti gli alunni delle date dei corsi di recupero (per questo cerco di giustificare me stesso accampando la scusa che sono troppi alunni e provenienti da classi e indirizzi differenti).

    L’unica cosa che mi importa, da insegnante che non dovrebbe essere tale ed esaurito, è che i ragazzi possano apprezzare i veri insegnanti che hanno. Il problema è che suscito la reazione contraria: apprezzano maggiormente me, che non garantisco alcunché, che vivo per almeno tre mesi all’anno da vagabondo e a contatto diretto che situazioni pericolose e che non ho alcun interesse nella scuola e nelle discipline che “insegno” (beh… l’interesse è andato scemando fin dal primo secondo dopo la laurea). Vi chiedo un consiglio: che cosa posso fare per convincere i ragazzi che gli altri insegnanti sono migliori di me e, dunque, degni di ammirazione?

    Spero di essere aggiunto come personalità borderline nella categoria esauriti.

  • Paola Saba

    5 agosto 2017 alle 19:51 Rispondi

    La verità è che mi mancavate un pochino…

    Vediamo se avete ancora da ridire o se siete troppo impegnati nei vostri 3 mesi di vacanza 😉

    http://www.wladislessia.com/psicologi-1-docenti-0-due…/

  • Tina

    23 settembre 2017 alle 20:50 Rispondi

    insegno all’infanzia da 40 anni, di ruolo da 40 anni, per 18 anni in una grande città poi fin ora in un paesino di 2000 abitanti. Ho svolto nel sistema scuola molte funzioni in parallelo all’insegnare perchè ho sempre voluto saper bene come funziona il sistema e dove fosse possibile partecipare a modificarlo dal suo interno.
    Finchè son stata nella grande città tutto era all’avanguardia, in diretto contatto con l’università, spirito di competizione tra scuole statali, comunali e private. Nella piccola provincia, nel piccolo paese invece ci ho impiegato vent’anni per far funzionare proposte organizzative-didattiche che oggi chiamiamo inclusione e cooperative learning. Il problema sono le forma mentis dell’intera popolazione a tutti i livelli. Un tempo pensavo che chi era formato all’università aveva gli strumenti di lettura critica della realtà e della comprensione. Oggi non la penso più così.
    Tutta questa premessa per dire che in parte condivido lo sfogo di Paola anche se non il linguaggio estremo, in parte no ma comprendo che la maggior parte delle persone, persino lavoratori nella scuola, non conoscono i meccanismi di reclutamento dei docenti e il perchè succeda di ritrovarsi con così tanti insegnanti problematici.
    Da un lato capisco quel collega che più sopra segnalava di come la scuola dovesse essere accogliente anche per i docenti con difficoltà se vuol essere inclusiva.
    Dall’altro però quando in una scuola piccola, per es. due sezioni quindi 4 maestre, ne hai una che non comprende le logiche e i funzionamenti delle procedure informatiche, l’altra che è schizzata per occuparsi di un genitore con alzheimer, l’altra che è supplente ed ha problemi di autostima incapace di sorvegliare i bambini…..beh desideri fortemente che qualcuno valuti queste colleghe e decida se sono ancora in grado di stare in classe oppure no! e soprattutto che se ad avere problemi è una supplente, venga esclusa dal sistema al più presto!
    La stessa cosa vedo capitare alla nostra piccola scuola media di tre classi/sezioni dove sono solo 2 i colleghi di ruolo mentre gli altri cambiano tutti gli anni. Quei due non ne possono più, perchè oltre a cercar d’essere i docenti dei loro allievi, sono obbligati dal dirigente ad assumere incarichi impegnativi e gravosi relativi la sicurezza, i consigli di classe, la gestione del plesso, organizzare uscite, ecc.
    Un tempo, un docente andava in pensione e veniva festeggiato con gioia e stima. Ho visto negli ultimi anni, colleghi di scuola media, primaria o infanzia andare in pensione nel più assoluto silenzio…… Che tristezza!
    Come vede, sig.ra Paola, ho espresso riflessioni variegate stimolate da questo articolo e dai commenti precedenti, la faccenda è complicata. E le assicuro che nel mio istituto tutte le famiglie con bambini che hanno ricevuto qualche tipo di diagnosi mi conoscono bene perchè da vent’anni mi son battuta qui in provincia per far applicare la personalizzazione, per formare i colleghi a didattica alternativa, ecc. Ma ci vogliono i Dirigenti Scolastici preparati che sanno come occuparsi di tutto ciò, rispettando le legittime aspettative delle famiglie ma anche rispettando la dignità della persona dei lavoratori della scuola, svolgendo tutto ciò che è possibile ed anche di più per creare condizioni di lavoro decenti. Invece, spesso sono Dirigenti Reggenti e li vedi una volta la settimana e se devono andare a lottare in Regione per avere più personale o in Comune per migliorare arredi ed ambienti, vanno per le scuole del proprio istituto, non certo per quello dove sono in reggenza. Tanto nessuno può far loro nulla perchè per un lavoro doppio li pagano sono un premio di 300 euro in più.
    Non so se sarà utile quanto ho scritto, ma è il risultato della mia esperienza

  • marina pulinas

    15 novembre 2017 alle 20:32 Rispondi

    Ho letto la lettera e ne sono sconcertata, possibile che la sig.ra Paola abbia, pur lavorando con persone che soffrono ,una visione così spietata del mondo della scuola? Non credo si possa universalizzare la propria infelice esperienza personale. Io al contrario rifletterei sulle affermazioni fatte dall’insegnante riguardo al suo modo di guardare alla complessità del reale in termini di evoluzionismo biologico e sociale. Credo che sia lei ad offendere una categoria che è già offesa in quanto deriva di ogni malessere sociale. La fa sentire forte dire agli insegnanti:”andatevene e cambiate lavoro?” o ricordare la trita leggenda dei tre mesi di ferie? A suo avviso nessuno dovrebbe fare l’insegnante. Sig.ra perché se la pensa così non fa in modo di istruirli lei che sa tutto i suoi figli? Il suo atteggiamento è incompatibile con l’apprendimento dei suoi figli non la dislessia. A quest’ultima C’ e rimedio per fortuna.

    • Alessandro

      16 novembre 2017 alle 12:03 Rispondi

      Come al solito, non capite le basi.
      Attaccate una persona che non conoscete e non capite che state spostando il problema fuori da voi.
      Cosa ne sai tu di cosa Paola sa fare come professionista?

  • Aurica

    4 dicembre 2017 alle 18:18 Rispondi

    Ho letto sia l’articolo che i tutti i commenti …sono un a docente supplente di matematica alle superiori ed ero alla ricerca di suggerimenti su come affrontare alcuni problemi che sto incontrando. Speighero’ come sono giunta ad insegnare e perche’ non continuero’.

    Ho conseguito il diploma di liceo scientifico, scelto per passione ma odiato lungo il percorso – mi ha portato a vivere poco e a spendere troppo tempo sui libri, spesso su materie da me non apprezzate ( ho sempre amato le scienze, la matematica, le arti e la filosofia, materie che mi attivano, pero’ non tutte le storie – d’arte, letterature varie e di qualunque altro genere – ne’ le materie passive, dove si sciorina la conoscenza della materia senza mettersi alla prova in prima persona). Dopo la laurea, in economia e scelta perche’ i tipi della ragioneria sembravano simpatici e sembravano divertirsi, ho trascorso all’estero 8 anni lavorando – felicemente- come tata. Tornata in Italia per un breve periodo mi convocano come docente supplente e accetto, perche’ nutro grande simpatia per i bambini, i giovani ed in generale gli esseri umani, perche’ nel dare ripetizioni private durante l’universita’ vedo fiorire ( e passare le materie matematiche/statistiche) persone che si reputano negate per natura, ma in realta’ hanno solo bisogno di un po’ di carica di autostima, un po’ di esercizio e qualcuno che faccia chiarezza sui concetti base. Quindi, ho accettato perche’ credevo di essere utile, di riuscire a dare qualcosa in piu’ rispetto ai mie insegnanti. Cosa mi aspettavo: di spiegare con l’obiettivo di fare capire e dare fiducia in se’ a chi ne mancava e mantenere l’entusiasmo alto di chi lo aveva ( e dare giudizi costruttivi), credevo che per svolgere il mio lavoro dovevo essere rispettosa, gioviale, disponibile ed accogliente ed avere un occhio attento per eventuali segnali di malessere, cosi’ da poter discutere con le famiglie in modo sereno e cooperativo sul da farsi. Credevo preparazione, giovialita’ caratteriale e apertura mentale, con una dose di autorevolezza fosse quanto richiesto dal mio ruolo/lavoro. Volevo essere cosi’ perche’ io tutto cio non l’ho avuto, perche’ i miei insegnanti erano tipi di “altri tempi”, che si aspettavano un piccolo adulto alle superiori – sia in termini di conoscenze che di competenze che di maturita’ emotiva (la mia famiglia pure), perche’ ai miei tempi gli adulti avevano sempre ragione ed educavano con la ragione della forza (la minaccia di brutti voti, senza andare ad indagare il perche’, senza vedere oltre il dovere scolastico)….

    La realta’ andando in aula: quando arrivo i miei studenti mi ignorano, i primi tempi; durante le lezioni/spiegazioni parecchi chiacchierano e non prendono appunti ( e coloro che vorrebbero seguire si sforzano a capire nella grande baraonda), quando chiedo se hanno avuto difficolta’ nessuno risponde (non perche’ non hanno avuto problemi, ma perche’ non hanno proprio aperto il quaderno ed il libro, ho investigato a riguardo), quando interrogo pero’ mi rendono noto di non aver capito e che non mi capiscono sempre, quando chiedo il quaderno per vedere dove sono le difficolta’ cosi’ da poter dare una mano…non l’hanno, l’hanno dimenticato, o non hanno fatto gli esercizi tanto non capiscono. Quando chiedo silenzio, anche attravrerso le note disciplinari, vengo richiamata perche’ sono l’unica che fa note, chiedo agli studenti come si comportano nelle altre ore e mi confermano che non ci sia differenza, chiedo ai colleghi e mi dicono che “sono pesanti”…pero’ la situazione non cambia e chi vorrebbe imparare e migliorarsi non puo’, perche’ dobbiamo includere anche chi non ha voglia di stare in aula e lo mostra su base giornaliera…

    Il mio problema: non so come gestire coloro che impediscono lo svolgimento della lezione, non grido (un paio di volte ho provato, pero’ non funziona e mi ammalo), non uso espressioni che puntano sull’orgoglio ne’ che sminuiscono un individuo, non amo molto la minaccia delle note disciplinari (ho visto che non risolvono molto), non voglio “vendicarmi” sull’andamento scolastico – e’ illegale comunque, grazie al cielo; pero’ i miei studenti non vogliono permettermi di fare lezione e parecchi di coloro che inizialmente erano ben disposti si stanno scoraggiando. Ne ho parlato con gli altri colleghi e pure con i dirigenti, pero’ tutti mi dicono “dobbiamo sopportare, perche’ c’e’ l’inclusione”, non sappiamo che fare. A me sembra una cosa assurda, per non ledere il diritto all’inclusione di chi non vuole essere in classe, lediamo il diritto all’apprendimento in un ambiente sereno di chi vuole imparare, questo mi crea frustrazione e problemi.

    Sono diventata insegnante senza alcuna preparazione formale -sebbene sarei stata felicissima di poter essere formata- sto insegnando in base alla mia esperienza di studentessa conclusasi 20 anni fa circa con la fine del liceo. Quando ho problemi non so a chi rivolgermi, non c’e’ per i nuovi insegnanti (supplenti) un soggetto a cui rivolgersi, ci formiamo da soli, secondo le notre abilita’ e interpretazioni….All’estero per insegnare e(anche come supplenti) e’ necessario essere abilitati, e l’abilitazione non controlla tanto la preparazione nozionistica della materia quanto la predisposizione verso l’insegnamento e il rispetto dei giovani, sia come individui che come esseri in crescita.

    Quindi, quest’anno sara’ il mio terzo e ultimo anno come insegnante in questo sistema. NOn so trovare una strategia che mi permetta di svolgere il lavoro nel modo in cui credo giusto.

    Credo il problema non siano i ragazzi, gli insegnanti o i genitori in senso stretto, credo che sia il sistema scuola che non vada bene. Tutti i soggetti interessati lo percepiscono, tutti si lamentano, pero’ nessuno si attiva per modificarlo. Ne ho parlato e parlo con i miei studenti, ne parlo con i colleghi, ho riflettuto sulla mia esperienza personale a scuola: LA SCUOLA ITALIANA necessita cambiamenti, cambiamenti che considerino i giovani, il ruolo degli insegnanti e il ruolo e le necessita’ delle famiglie. Come insegnante da 3 anni ancora non ho capito se l’obiettivo sia raggiungere lo svolgimento del programma, l’inclusione, oppure insegnare ai nostri giovani la fiducia in se’, l’abilita’ di pensare criticamente e il comportarsi civilmente, ovvero rispettando se stessi, gli altri esseri viventi e l’ambiente che ci accoglie e ci da’ di che esistere e vivere.

    Scusate se e’ troppo e se ci sono errori, ho cercato di riassumere al meglio e correggermi..ma nessuno e’ perfetto, soprattutto se va di fretta. Buona vita e fortuna a tutti.

  • Ros

    5 dicembre 2017 alle 20:45 Rispondi

    Grazie, Aurica! Hai dipinto un quadro preciso e veritiero di ciò che è la scuola oggi… Un barca senza timoniere in un mare in tempesta, dove la salvezza è affidata esclusivamente al lavoro instancabile (e quasi sempre passato sotto silenzio) dell’equipaggio. I buoni insegnanti ci sono, i miei figli li hanno incontrati sul loro cammino e noi non possiamo far altro che ringraziarli per la loro opera, sempre in linea con i principi educativi della nostra famiglia, che dovrebbero essere, poi, quelli basilari di una società sana: RISPETTO, IMPEGNO, UMILTA’.

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