LA STORIA DI B. E L’ESAME DI MATURITÀ: perché la scuola italiana non funzionerà mai

LA STORIA DI B. E L’ESAME DI MATURITÀ: perché la scuola italiana non funzionerà mai

Nel mio lavoro incontro sempre un sacco di persone interessanti.

Qualcuno è un genitore, a volte insegnanti, raramente professionisti;

diciamo che la maggior parte delle persone con cui ha davvero senso parlare sono i ragazzi.

E non lo dico perché “i ragazzi sono il futuro” e “dobbiamo credere in loro” e cretinate del genere, che mi dite di continuo quando poi in realtà non ascoltate nulla di quello che vi dicono e, se ascoltate, comunque non capite.

No no: ve lo dico perché in mezzo a tanti ragazzi e a tante storie, non manca occasione di trovarne una come quella di B.
B. Ha 19 anni e tra poco capirete perché preferisco non dirvi il suo vero nome.
Come molte altre ragazze della sua età, B. sta facendo la maturità, ma a differenza di altri, in questo momento B. non è a casa a fare eterne e inutili maratone di studio per zittire le ansie di sua madre.

No.

B.ora è a Parigi, un po’ per svago e un po’ per lavoro.
Perché B. gira il mondo da quando aveva 15 anni.
Impara le lingue e ha grinta da vendere e – Dio non voglia – è pure bella.
Non una bellezza di quelle che De Sica fermerebbe per strada per affidarle un ruolo nel cinepanettone di Natale, ma di quelle che a 15 anni capiscono di avere delle carte da giocare e muovono il culo per darsi da fare.

E, pensate un po’, ci riescono.

Così B. inizia ad essere chiamata per i casting: da Londra, a Milano, a Parigi.
Continua a studiare, con una media dei voti di tutto rispetto, ma la scuola non le permette di diplomarsi in anticipo (unendo due anni in uno) perché: “ sei giovane, devi pensare a studiare, lascia perdere tutte queste cose che ti distraggono, hai troppi grilli per la testa e così via”.

Ma B. avanti per la sua strada: certo, non è a scuola ogni mattina, ma perché ha ben pensato di dedicare parte di quest’anno scolastico non solo a lavorare, ma a fare colloqui e preparare il suo curriculum e le lettere di presentazione per le migliori università tra Londra, Milano e Parigi (sì, in inglese, non chiedetemelo neanche).

Nonostante questo, B. prende parte alle attività della scuola: viene valutata come la migliore tra tutte negli stage lavorativi ( che strano…!), prende varie certificazioni in lingua, organizza numerosi eventi…

Perché vi sto dicendo tutto questo?

Perché, in fondo, B. è ancora una ragazza. Una ragazza straordinaria – e forse lei stessa non ha ancora capito quanto – ma pur sempre una ragazza.

E quindi, quando stamattina ha ricevuto i voti di ammissione all’esame di maturità, si è arrabbiata.
Si è sentita mortificata, delusa, incompresa, e perfino tradita.

E sapete perché?
Perché sapeva bene di aver fatto molte più attività dei suoi compagni e di avere diritto – giustamente – ai crediti che riconoscessero il suo impegno.
Ma i crediti non sono arrivati, perché i suoi insegnanti hanno deciso che la sua condotta scolastica ( il “comportamento“) fosse da 6.

Per i non addetti ai lavori, questo voto ha compromesso una media comunque buona, diminuendo così i crediti e di conseguenza il voto dell’esame.

Ma arriviamo al punto.

Il 6 in comportamento ti viene dato se sei un figlio di buona donna.
Se usi la lavagna di ardesia per affilare il tuo coltellino a serramanico, se il falò di ferragosto lo accendi nell’ufficio del vicepreside.

Oppure se, come B., hai capito davvero come funzionano le cose.

E allora smetti di credere quando ti dicono che c’è la crisi, che i giovani non hanno possibilità di lavoro e che non questa è una generazione senza futuro.

Te ne freghi altamente inizi a prendere in mano la tua vita, a 15 ANNI.

Non serve neanche che vi dica che B. non ha mai avuto ne’ l’idea ne’ il tempo di mettersi a fare cretinate in classe.
Quello che ha fatto, semplicemente, è stato andare contro a quello che gli insegnanti si aspettavano da lei.
HA CONSAPEVOLMENTE SCELTO DI FARE LE COSE IN MANIERA DIVERSA.

E questo per il sistema formativo italiano, per la scuola italiana, è inaccettabile. (Tra l’altro in questo articolo trovate statistiche serie sulla situazione in cui versa la nostra scuola: http://www.wladislessia.com/finalmente-la-scuola-italiana-ai-primi-posti-in-europa/)
B. è l’esatto esempio di come non solo la nostra scuola sia lontanissima da darti una preparazione che possa essere di qualche utilità ma, se possibile, ha come missione quella di affossarti.

Sei fuori dalla media, dagli schemi, provi a pensare con la tua testa? Sei un piantagrane, uno che disturba, che impedisce agli insegnanti di fare il loro lavoro.
Cerchi di vedere cosa può offrirti il mondo e di metterti alla prova: studi, lavori, ti dai da fare? Sei un immaturo con troppi grilli per la testa.

Questo è il messaggio che passa ai ragazzi: ogni giorno, tutti i giorni, per almeno 13 anni (se tutto va bene).

Ti insegnano che studiare è un’attività che richiede tutta la tua energia (niente di più falso), che se non prima non hai studiato non devi pensare al lavoro (altra fesseria).

Se ci pensate bene, un ragazzo che studia e lavora è percepito ancora dall’immaginario comune come qualcuno che non si impegna davvero, o che va osservato con silenziosa compassione perché probabilmente la sua famiglia non ha abbastanza soldi per mantenerlo.
E tu, un po’ alla volta, ti adegui; come i compagni di B., che pensano che alla fine sia giusto che l’abbiano penalizzata, perché pensava ad altro e non era tutti i giorni a casa, come loro, a condividere con mamma e papà lo stress dell’esame.

Ma anche B., tra pochi giorni, avrà la maturità, e questo è il motivo per cui, per ora, non vi rivelerò il suo vero nome.
Un esame che – parliamoci chiaro – peserà sul suo futuro quanto la scelta delle scarpe che indosserà domani.
Ma B. è una ragazza, e questo ancora non può saperlo.

Da parte mia, posso solo raccontare la sua storia e regalarle la MIA prima pagina, perché un giorno, tra molti anni, possa ripensare a questi giorni come:
Quelli in cui ho capito davvero con che razza di persone ho avuto a che fare per tutti questi anni, ma anche quelli in cui – ragazzi miei – in copertina c’ero io.

Alla prossima!

Paola

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Alessandro Rocco

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