I 3 ASSI NELLA MANICA DI UN INSEGNANTE "PERFETTO"

I 3 ASSI NELLA MANICA DI UN INSEGNANTE "PERFETTO"

Spesso leggi aspetti del lavoro dell’insegnante che non ci piacciono. Altre volte comportamenti davvero sbagliati.

Oggi farò parlare una mia amica insegnante, perché voglio dare voce a chi si impegna ogni giorno per un lavoro così difficile.

<<Mi presento, sono un insegnante, ma lo farò con queste parole: “Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari”

Sono una come tante con la speranza però che il mio “insegnare” si avvicini quanto più è possibile a questo ideale.

Ho iniziato per caso ed è per questo che penso sia stato l’insegnamento a scegliere me e non viceversa. Mi ha conquistata dal primo istante, così ho deciso di iniziare il mio percorso che ha fatto di me la persona che sono oggi, al servizio dei ragazzi. Una scelta che nel tempo non è stata più casuale ma assolutamente consapevole.

Sono entrata nelle scuole in punta di piedi, ho iniziato ad osservare, ma più andavo avanti e più mi rendevo conto che mi trovavo in un contesto che spesso non corrispondeva alle mie aspettative, mi rendevo conto che spesso trovavo di fronte a me ragazzi annoiati e privi di entusiasmo. Sapevo che non era quella la scuola che volevo e quindi dal primo istante mi sono messa in gioco cercando di capire cosa i ragazzi volessero veramente e soprattutto come trasferirgli il piacere di fare e di imparare.

Devo dire che i miei sforzi sono stati da subito apprezzati e quindi ho iniziato ad intuire che bisognava assolutamente entrare nel loro mondo e guardare con i loro occhi.

Quando sono con i miei ragazzi mi viene spontaneo chiedermi: cosa amano fare? cosa potrebbe emozionarli? cosa potrebbe farli stare bene?.

Così ogni giorno è una sfida, una ricerca,…uno sforzo che è bello fare soprattutto quando inizi a vedere dei risultati e quelli, mi sono resa conto, arrivano facendo delle scelte consapevoli che a volte rompono gli schemi. Vanno oltre i famosi “programmi” e danno il giusto spazio al ragazzo. I ragazzi sono così piacevolmente colpiti che ti osservano con occhi interrogativi perché proprio non se lo aspettavano. Quindi se loro non stanno riuscendo mi dico: “proviamoci con la musica, con i colori, con i movimenti del corpo con una canzone o costruendo qualcosa.” Così tutto diventa più accessibile, più allegro e… il giorno dopo non faccio in tempo a scendere dalla mia auto che mi vengono incontro e mi chiedono: “cosa facciamo oggi?” E scusatemi non posso che sorridere e sentirmi felice.

Questo soprattutto se penso a S. (non dico il suo nome per rispetto della sua privacy) Lei mi è stata presentata come un caso “difficile”: comportamenti scorretti, parolacce e assoluta mancanza di regole. Ogni giorno incontro i suoi occhi allegri, la sua esuberanza, ma ad oggi non ho ancora conosciuto quella ragazzina ribelle di cui tutti mi parlavano.

Sono un’insegnante come tante altre, con un grande desiderio: quello di cercare di emozionare i ragazzi, cercare di appassionarli, cercare di accendere delle scintille dentro di loro. Così un lontano giorno ho scelto la strada dell’insegnamento, la MIA strada quella che mi avrebbe permesso di essere una guida per tutti i ragazzi che avrei incontrato.>>

Alessandra

Ho chiesto a questa ragazza di raccontarci la sua storia perché è importante ricordare in ogni momento il perché si fa quello che si fa.

Nel suo messaggio non c’è mai un accenno a:

  • Programmi ministeriali;
  • Aspetti tecnici dell’insegnamento;
  • “Non posso fare differenze”.

Lei ha parlato di come vive il suo lavoro come un qualcosa di bello da trasmettere ai ragazzi. Ha specificato che se le cose non funzionano, bisogna avere il coraggio di modificare la strategia.

Bisogna avere il CORAGGIO di mettere da parte il “sono fatto così” e sostituirlo con un più utile:

“se non funziona, vuol dire che devo cambiare!”

Lavorando ogni giorno, da anni, con i ragazzi dislessici non c’è nulla di più vero:

  • Ogni dislessico è diverso dall’altro;
  • Se una cosa ha sempre funzionato, non è detto che funzionerà ancora;
  • Se la strada che imbocco è la più comoda, ma mi accorgo che non porterà a nulla, io ho il dovere di cambiare.

E questo è quello che vorrei che venisse fatto da ogni insegnante! (ma non solo, anche ogni professionista ed ogni educatore dovrebbe fare la stessa cosa, per non parlare dei genitori…)

Ho detto un milione di volte ormai che bisogna studiare, formarsi, informarsi. Non ci si può più fermare ai classici:

  • “Insegno da vent’anni, saprò io come fare no?”;
  • “Io sono super esperto/a di dislessia, conosco ormai tutte le normative, ho fatto un corso a riguardo”;
  • “Questa della dislessia mi sembra una moda” (questa frase è recente, ma ha un grande impatto ultimamente).

Mi dispiace, ma non mi accontento della mediocrità o del buon senso o della buona volontà! Pretendo che ci sia una preparazione specifica in tutte le persone che lavorano a contatto con gli altri.

Ma soprattutto, la cosa che pretendo e che siamo obbligati a dare ai ragazzi è una preparazione emotiva di grande livello. Su questo siamo spesso molto carenti.

Che ci interessa di avere insegnanti super preparati sulle loro materie, ma completamente in balia del loro stato d’animo? Non serve a nulla!

La formazione dovrebbe essere fatta soprattutto in questa direzione:

i ragazzi di oggi sono molto più impegnativi e per fare certi lavori bisogni essere molto più pronti e preparati.

Leggendo la storia di Alessandra mi rendo conto che la sua attenzione principale è rivolta a come stanno i suoi ragazzi. Per lavorare con una bambina impegnativa (così gliel’hanno presentata) come S. devi avere in testa il fatto che devi attingere a tutte le tue risorse psicofisiche per darle il meglio. Se non riesci a farlo fai danni! Il più delle volte incalcolabili.

E allora, quando ci sono quei danni, le famiglie sono costrette a cambiare scuola, quando sarebbe molto più semplice prevedere delle “punizioni” per gli insegnanti incapaci.

E io sono stanco che ne vadano di mezzo i ragazzi, perché quando perderanno la voglia di imparare sarà molto dura aiutarli a recuperare.

Facciamogli ritrovare la curiosità e la voglia di imparare! Eliminiamo qualche nozione e qualche “tiritera” da sapere a memoria e rendiamo l’apprendimento più attivo.

Non è difficile in fondo, o meglio non lo sarebbe con un briciolo di voglia di mettersi in discussione.

Basterebbe partire da questi 3 piccoli passaggi:

  • Basta lezione frontale;
  • Facciamoli imparare in maniera cooperativa;
  • Attenzione per la persona.

BASTA LEZIONE FRONTALE

Il tempo di salire in cattedra è finito, defunto, morto e sepolto!

Funzionava con i nostri insegnanti perché noi eravamo delle “pecorelle” disciplinate e vivevamo in una società molto più lenta. Non c’erano TV, cellulari, computer, tablet e smartphone. L’attenzione era più semplice ed era davvero più facile fare lezione. Non erano più bravi i nostri insegnanti, era più facile e c’era più margine di errore.

FACCIAMOLI IMPARARE IN MANIERA COOPERATIVA

Perché non torniamo alle vecchie e care ricerche di gruppo? Risolverebbero in un colpo solo:

  • individualismo sfrenato che sta emergendo nei ragazzi;
  • problema dell’attenzione;
  • paura del giudizio.

Se alla fine della ricerca poi i ragazzi possono esporre a tutta la classe il proprio lavoro sentirebbero lo studio come una cosa di cui sono i veri protagonisti.

ATTENZIONE PER LA PERSONA

Se mi leggi da un po’ sai che è un mio cavallo di battaglia: se metti la persona (o le persone in caso di una classe) al primo posto non puoi che avere risultati straordinari.

Lo studente passa, ma la persona rimane. Se un insegnante riesce a valorizzare ogni ragazzo della sua classe, da quello che ottiene più risultati a quello che fa un po’ più fatica avrà solamente benefici per tutta la classe.

Quest’ultimo punto vale per gli insegnanti, ma vale tantissimo anche per i genitori (vai a vederti questo mio video per capire di cosa parlo, CIAO COME E’ ANDATA A SCUOLA: https://www.youtube.com/watch?v=Rv-KEkQSKoI&list=PLsit34HIqMuh7gq8Pr1GuRLPUxwK0FkIO&index=7)

Intanto ringrazio Alessandra per la sua bellissima storia, che mi ha aperto la possibilità di avere nuovi spunti di cui poter parlare e ti aspetto nel nostro gruppo W LA DISLESSIA™! (https://www.facebook.com/groups/721839084626445/), dove potrai partecipare attivamente al nostro lavoro con i genitori.

Chiudo riutilizzando la frase con cui si apre l’articolo:

“Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari” – M. Montessori

A presto!

Alessandro

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