DALLA PARTE DEGLI STUDENTI: A COSA SERVONO I COMPITI?

DALLA PARTE DEGLI STUDENTI: A COSA SERVONO I COMPITI?

L’articolo di oggi sarà diverso da tutti gli altri.

Ho chiesto a dei ragazzi che seguiamo di esprimere il loro parere sui compiti per casa e su come la scuola impatti nelle loro esperienze. E direi che il risultato finale è un mini compendio che dovrebbero leggere con molta attenzione sia gli insegnanti che i genitori.

Attenzione, non voglio sia una critica, voglio solo che venga notato anche il punto di vista dei ragazzi. In questo caso tra l’altro quasi tutti ragazzi dislessici.

Questo articolo userà spesso la prima persona plurale perché vogliamo che sia il più diretto possibile, quindi buona lettura.

Partiamo dalla responsabilità dei ragazzi.

Spesso i professori spiegano degli argomenti e noi non li ascoltiamo, per molte motivazioni, spesso per noia. Quando succede questo, i compiti diventano qualcosa di impossibile da fare.

Se invece ascoltiamo, riusciamo meglio, ma se facciamo già fatica ad ascoltare, oppure non capiamo e a casa non abbiamo nessuno che ci aiuti preferiamo fare qualcosa di diverso. A questo punto non facciamo i compiti e quando proviamo a spiegare le motivazioni all’insegnante veniamo ripresi e non ci sentiamo ascoltati. Ci piacerebbe solo che qualche volta qualcuno vedesse le cose dal nostro punto di vista.

Ma allora perché non avete voglia di fare i compiti?

Perché, se non capiamo la motivazione o sono difficili, farli da soli diventa frustrante, dispersivo e spesso inutile.

A questo proposito ci piacerebbe proporre una cosa: perché non li iniziamo a scuola e poi proseguiamo da soli a casa? Se l’argomento è più fresco, iniziando a fare gli esercizi anche assieme ai nostri compagni di classe, a quel punto diventa più utile e addirittura divertente.

Se ci troviamo tanti compiti a casa il rischio è di non iniziare mai per paura di non riuscire e viviamo già abbastanza la frustrazione di non capire ogni giorno.

Poi ho chiesto, ma perché fate i compiti? E queste sono le risposte:

  • per abitudine
  • per non essere sgridato
  • per gli altri (per i genitori e gli insegnanti)
  • mai per imparare, non ci servono a creare apprendimento e cultura.

In più ad ogni sgridata o critica pesante ci viene ancora meno voglia di fare e finiamo in una situazione di blocco.

Ma secondo voi cosa pensa un insegnante?

Il pensiero dell’insegnante, che spesso ci viene anche detto e non solo fatto percepire, è che “gli studenti non hanno voglia di fare nulla”. E purtroppo quella rimane l’unica idea su cui si soffermano.

A questo punto nascono dei problemi di comunicazione, relativi soprattutto al giudizio sulla persona, non tanto sullo studente. Così ho deciso di chiedere perché i ragazzi tendono a non ascoltare più.

Partiamo da alcune frasi che creano blocco:

  • se mi dici stupido (o me lo fai capire a più ripresa) io non ti rispetto
  • se la mia opinione non è considerata, allora mi chiudo in me stesso

Magari i ragazzi sbagliano perché si mettono sullo stesso piano dell’insegnante, ma credo anche che sia normale mettersi sulla difensiva nel momento in cui non ci si sente valorizzati o almeno considerati per quelli che si è.

L’aspetto interessante dell’intervista è arrivato quando ho chiesto: “Ma voi avete voglia di fare i compiti?”

La risposta è stata splendida: Noi abbiamo voglia di fare i compiti, ma ci piacerebbe che ci fossero dei criteri”:

  • iniziare a farli in classe
  • proporre dei gruppi di studio a scuola, studiare in gruppo aiuta la comprensione e il senso di fare qualcosa assieme
  • proporre degli spazi di tutoraggio, anche da parte di altri studenti
  • non conta la quantità degli esercizi, ma la qualità (per intenderci, fare 20 esercizi uguali identici non aumenta la voglia di studiare e nemmeno la capacità di imparare)
  • la difficoltà degli esercizi dovrebbe essere crescente (dal facile al difficile, perché se capisco prima un aspetto semplice poi posso capire meglio un concetto più complicato)
  • allenare all’autonomia (ovvero non serve che io faccia i compiti perché siano corretti, vorrei imparare a gestirmi da solo e prepararmi così all’università)
  • i compiti dovrebbero servire per imparare e non per inseguire un voto. (puoi  leggere a questo link il mio articolo sull’importanza dei voti: http://www.wladislessia.com/ma-alla-fine-si-studia-per-imparare-o-solo-per-un-bel-voto/)

Credo che tutti siano aspetti che ci fanno capire quanto i ragazzi non hanno problemi a fare le cose, se trovano una motivazione e un senso in quello che si trovano a fare.

Ad esempio ogni ragazzo preferirebbe avere esercizi molto più difficili a casa e a scuola, per allenarsi in previsione del compito in classe. Spesso invece capita che le verifiche siano molto più difficili della normale esercitazione casalinga e questo genera una grande confusione.

Per capire questo concetto basilare, basta vedere quello che fanno gli allenatori!.. Ogni allenatore alza il livello della prestazione in allenamento pretendendo il 130% dai propri atleti. E perché fa questo? Perché sa già che in partita l’aspetto emotivo abbasserà sia la soglia di attenzione, sia la capacità di performare. Si faranno quindi più errori rispetto all’allenamento, ma se durante l’allenamento, dove l’emotività è più bassa, mi alleno a sbagliare il meno possibile, allora sarà più facile ottenere risultati durante la performance.

La stessa identica cosa accade con i compiti e la scuola.

L’ultima domanda che ho fatto è stata: “Cosa può fare un ragazzo per aiutare un insegnante e rendergli il lavoro più efficace e semplice?”

  • evitare di fare baccano in classe (anche se la maggior parte delle volte è fatto come risposta al nostro non sentirci ascoltati)
  • essere propositivi e non subire la lezione (quando facciamo dei lavori di gruppo, ad esempio, sentiamo la responsabilità di spiegare ai nostri compagni e ci sentiamo più protagonisti del processo)
  • rispettare il ruolo e le regole (sappiamo che sono degli esseri umani e che come tali possono fare cose corrette o errori).

Spero che tu abbia letto senza filtri questo articolo, vedendo solo una parte della realtà, che è quella rappresentata da chi ogni giorno vive determinate sensazioni legate alla scuola. Se riuscissimo sempre a capire qual è il reale punto di vista dei ragazzi, riusciremmo molto più facilmente a far capire il nostro e ad aiutare tutti a vivere in un modo nettamente più sereno.

Se vuoi altri spunti sui compiti puoi trovarli qui: http://www.wladislessia.com/compiti-e-ansia-da-prestazione/

 

“Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?”  – G. Rodari

A presto!

Alessandro e i ragazzi di w la dislessia!

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Alessandro Rocco

1Commento
  • Marzia

    28 dicembre 2016 alle 15:54

    Sono convinta e mi sembra di rivivere quello che succede a mio figlio tutti i giorni però sono altrettanto consapevole che le capacità e la conoscenza di insegnare con metodi diversi non sia nella mente degli insegnanti che nonostante io porti davanti a loro gli ostacoli che mio figlio trova ogni giorno a scuola , la situazione non cambia ….non c’è voglia di capire ma solo di terminare il proprio lavoro e finire il programma anche a discapito di alcuni alunni …mio figlio l’anno prossimo farà le medie e sono molto preoccupata di come farà ad affrontare tutte le situazioni ….spero di essere più fortunata con gli insegnanti che troverò ….spero che riusciranno a capire che non è svogliatezza ma non aver trovato ancora un suo modo di studio

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