LA DIAGNOSI E’ LO STRUMENTO COMPENSATIVO DI UNA SCUOLA CHE NON FUNZIONA!

LA DIAGNOSI E’ LO STRUMENTO COMPENSATIVO DI UNA SCUOLA CHE NON FUNZIONA!

E’ un po’ di tempo che penso di scrivere questo articolo, ma per un motivo o per l’altro sono sempre tornata sui miei passi.
Un po’ perché quello che sto per dire sarà scomodo, un po’ perché la parte più ottimista di me in fondo spera sempre che le cose cambino e infine perché non voglio pensare di aver buttato anni della mia vita a studiare qualcosa che per lo più si è dimostrata inutile.

Quando mi sono iscritta alla facoltà di Psicologia di Padova, avevo in mente di studiare qualcosa che mi avrebbe dato la possibilità di aiutare gli altri, cambiando realmente le cose. Non mi sono mai vista come la classica psicologa della ASL, che alle 9 timbra il cartellino e indossa il camice bianco per le successive 8 ore, ma ho sempre sperato di dare un contributo reale e uno scossone al mondo ingessato dell’educazione.

Se mio marito per prendermi in giro mi definiva (anche adesso qualche volta lo fa) Erin Brockovich un motivo ci sarà!

Con gli anni però mi sono resa conto che non avrei mai trovato all’interno dell’università quello che cercavo.

Col tempo quello che mi motivava, ora mi fa incazzare!

Ho passato anni a studiare definizioni di disturbi e patologie dal DSM IV e ad analizzare i risultati dei test più improponibili, calcolando “deviazioni standard”, “percentili” e qualsiasi tipo di statistica.

Ma poi, per fortuna, ho iniziato a lavorare con ragazzi dislessici, disortografici, discalculici e ho capito davvero che cos’è una difficoltà di apprendimento.

E quando lavoro con loro, cercando assieme soluzioni a problemi pratici, quotidiani, realmente affrontabili, mi chiedo: ma in tutto questo la diagnosi a cosa serve?

La realtà è che più ci penso e più mi rendo conto che la diagnosi non è altro che lo strumento compensativo di un sistema scolastico che non funziona.

Mi spiego meglio: se hai a che fare con la dislessia o con le difficoltà di apprendimento, sai che gli strumenti compensativi dovrebbero essere degli accorgimenti che consentono a ogni ragazzo di esprimersi al meglio. Tutto il materiale che gli permette di stare al passo con il programma e con i compagni in modo autonomo è uno strumento compensativo: la calcolatrice, il computer, i formulari o le tabelle.

Ma chi ha accesso agli strumenti compensativi? I ragazzi con una diagnosi di DSA (disturbo specifico di apprendimento).

E tutti gli altri? Chi, per qualche motivo, non rientra pienamente nei parametri di una diagnosi ma ha comunque difficoltà, cosa fa?

Per la scuola, affari suoi!

Gli insegnanti spingono i genitori ad approfondire le difficoltà del figlio e si tirano indietro se non sono validate ufficialmente da una diagnosi, nascondendosi dietro la frase “se non c’è un pezzo di carta timbrato dall’ASL, io non posso fare nulla!”

Fatemi capire: tu insegnante ti accorgi che c’è una difficoltà (e fin qui, bravo!), ma se non la vedi riconosciuta da un “camice bianco”, la difficoltà scompare?

Ovviamente non è così.

Sono stufa di vedere ragazzi frustrati perché non riescono a fare le cose (i compiti, le verifiche, le interrogazioni) esattamente come vuole l’insegnante. Passano le ore sui libri a fare riassunti e dettati e interi pomeriggi a piangere perché non hanno avuto abbastanza tempo per portare a termine un compito e nessuno si è preso la briga di capirli.

Allora aiutatemi, perché davvero non capisco: a cosa servono ore di test, mesi di attesa per un incontro con il neuropsichiatra, pomeriggi angoscianti e notti in bianco per ricevere un elenco di risultati – percentuali, medie e deviazioni standard – il più delle volte incomprensibili, che nessuno si prende la briga di spiegarvi?

E’ questo quello di cui hanno bisogno gli insegnanti per capire che il modo in cui hanno fatto le cose fino a quel momento non funziona?

Perché, sia chiaro, il bambino o il ragazzo che hanno davanti il giorno prima di avere in mano una diagnosi, è ESATTAMENTE LO STESSO che hanno davanti il giorno dopo.

A chi serve davvero la diagnosi?

Ai genitori? No, perché non fa che aumentare la loro ansia e risvegliare il senso di colpa di non essere dei bravi genitori.

Ai ragazzi? No di certo, se finisce per far credere loro di avere qualcosa che non va, dei limiti o delle difficoltà insuperabili.

Alla scuola? No, se diventa l’ennesima giustificazione per non affrontare davvero il problema: un sistema di insegnamento vecchio in una scuola che NON FUNZIONA.

La maggior parte dei genitori parla della diagnosi come di un’arma da utilizzare a scuola perché finalmente venga fatto quello che è davvero necessario per loro figlio.

Va da sé che se c’è un’arma, c’è una guerra da combattere: la trincea è la scuola e le vittime sono i vostri figli.

Non so dirvi se allora quello che ho studiato per anni sia servito davvero a qualcosa, se la psicologia e il mondo dei test abbiano portato delle vere conquiste o se sono io che, a volte, fatico a vederle.

Ma so dirvi che finché vedremo la scuola come un campo di battaglia, finché cercheremo nella diagnosi la risposta a chi sia davvero la persona che abbiamo davanti, dimenticandoci di ascoltarla, allora le cose non cambieranno mai davvero.

E io di tutto questo non voglio essere complice, perché il mio obiettivo è quello di rendere consapevoli i ragazzi delle loro capacità e delle loro risorse.

Per questo motivo, quando inizio a lavorare con un ragazzo con una difficoltà di apprendimento (ad esempio è dislessico), non chiedo mai la diagnosi prima di averlo conosciuto veramente. (Di questo parla magistralmente Valentina nel primo video del nostro percorso genitori W LA DISLESSIA™️ A CASA TUA!, clicca qui se vuoi capire di che si tratta: http://bit.ly/2cAQBh3)

Questo è il primo punto da cui partire: imparare a prestare davvero attenzione alla persona che si ha davanti e non all’etichetta (diagnosi, disturbo) che gli è stata data.

Il secondo punto è far capire al ragazzo che quello che è scritto su quel foglio non lo rappresenta: non rappresenta VERAMENTE le sue possibilità, le sue abilità, né le difficoltà che potrà incontrare nel suo percorso scolastico.

E, infine. rendersi conto che le strade per arrivare a un risultato sono molto più numerose di quanto si creda.

Questo è il mio lavoro in W LA DISLESSIA!: far sì che i ragazzi e le famiglie si accorgano che quello che credono essere un vicolo cieco, in realtà nasconde molti altri sentieri non ancora percorsi. (e in questo lavoro c’è anche il nostro gruppo: https://www.facebook.com/groups/721839084626445/)

“Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non delle certezza. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito.” G. Leopardi

Alla prossima!

Paola

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Alessandro Rocco

3 Commenti
  • Monica

    29 novembre 2015 alle 18:21

    E’ bastato porgere loro la mano. Hanno accolto da subito la naturalezza di un gesto semplice, improbabile fino al quel giorno , forse atteso da molto ma quasi impossibile in una scuola dove
    l’errore non è consentito e quando questo accade si finisce per essere irrimediabilmente dei “diversi”.
    Un errore che poi si moltiplica e non ci abbandona nemmeno quando stai in famiglia.

    Non sarebbe stata la stessa cosa se a tendere la mano fosse stato un candido “camice bianco”
    con in mano un blocchetto per ricette pronta a disegnare il nome dei farmaci ultima generazione.
    Lo so, perchè si finisce in ambulatori simili prima di arrivare ad Allenamente.

    E’ bastata invece la forza di un Gigante e la determinazione di un intero “villaggio ” per cambiare prospettiva e per comprendere che si può …che si può cambiare, scrivere, leggere, girare e riscrivere sempre
    pagine nuove.

    Grazie Paola
    Grazie Allenamente

  • Marta

    26 settembre 2016 alle 14:53

    Trovo che questo punto di vista possa dare luogo a percorsi ambigui. E’ come dire: basta fare gli esami del sangue! I medici condotti suggeriscano alle persone che seguono pratiche salutari, non recintiamo le persone in etichette!
    Da mamma di un bambino dislessico e da insegnante che lotta sul campo da 20 anni, credo che l’importante sia far passare una cultura e far capire che NON deve essere un’etichetta, ma questo non succede facendo finta che una situazione non sia quella che è.
    La scuola deve attivarsi per quel ragazzo e per tutti, spesso gli strumenti usati per lui migliorano la didattica per tutti, ma ciò non vuol dire che una cosa non esista.
    Se non c’è una certificazione la scuola si attiva con il percorso BES, ciò non significa che un ragazzino non soffra, pensando che se non riesce ad automatizzare alcune funzioni sia colpa sua.
    Secondo ciò che penso e secondo la mia esperienza, fare un percorso di certificazione significa cercare di capire meglio come personalizzare la didattica (mio figlio è rinato!), se c’è da fare un lavoro culturale e svecchiare le pratiche è su quello che dobbiamo insistere, non sul fatto che la certificazione non serve, di negazionisti ne abbiamo anche troppi e la questione è scivolosa.
    Perché l’attenzione alla persona non deve essere vista in contrasto con l’aiuto che può venire da un logopedista, un neuropsichiatra infantile, uno psicologo. Anzi.

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